~ La fotografia in un libro ~

Stasera ero a casa di mia mamma, erano tutti indaffarati, chi al cellulare, chi a guardare televisione.

Non sono un amante della televisione, sono anni che non guardo un programma per più di cinque minuti e quindi per noia ho spulciato casa in cerca di un diversivo con cui passare il tempo.

Non ho trovato un vero e proprio diversivo, nei passatempi sono molto abitudinaria e visto che stacco con tutto tranne che con la testa mi sono ritrovata con due libri in mano, “Io non ho paura di Niccolò Ammaniti” e “Man Ray ~ sulla fotografia”.

Due libri non tanto leggerini, che ammetto nella mia pazzia ho iniziato a leggere contemporaneamente, ma tra i due ha vinto Man Ray.

Ho sentito parlare di Henri Cartier-Bresson, Oliviero Toscani, Steve McCurry, Robert Doisneau ma di Man Ray mai.

Considerato che ho studiato Economia anziché arte come mia sorella, probabilmente di questo personaggio non ne sarei mai venuta a conoscenza .. Ma ammetto che mi ha affascinata, fossi vissuta nel 1920 lo avrei conosciuto molto volentieri.

Vi cito qualche frase che mi ha incuriosita e dato qualche nozione in più su una passione che mi accompagna da anni….

ho tentato di cogliere le visioni che il crepuscolo o la luce troppo viva, o la loro fugacità, o la lentezza del nostro apparato oculare sottraggono ai nostri sensi. Sono rimasto sempre stupito, spesso incantato, talvolta letteralmente 《rapito》.

Che meraviglia leggere pensieri così, oltre che ad essere un bravo fotografo, riesce a descrivere in maniera lodevole la sua passione, il suo lavoro.

Più che avanzo con l’età, avendo a che fare lavorativamente ogni giorno con attività che spaziano dal fare il pane, alle unghie, acconciature, siti web, lavorare il ferro, e potrei continuare fino ad elencare tutti i codici ateco dalla nostra economia, inizio a pensare e a convincermi che il lavoro equivale a passione da sempre.

Riporto un’altra frase, una sorta di predizione che a distanza di un secolo si è avverata:

Forse un giorno la fotografia, se glielo consentiremo, ci mostrerà quel che la pittura ci ha già mostrato, il nostro autentico ritratto, e donerà allo spirito della rivolta, esistente in ciascun essere realmente vivo e sensibile, la sua voce plastica e duratura.

E ancora:

Guardiamo una montagna e ne restiamo impressionati, guardiamo un albero e proviamo un senso di pienezza, guardiamo un volto umano e ne restiamo affascinati e intimiditi. Se le nostre sensazioni sono abbastanza intense e disponiamo, grazie a una certa pratica, di un mezzo per esprimerci, desideriamo lasciarne una traccia.

Concludo con un pensiero che abbraccia la porta che si è aperta e che ancora guardo titubante. Nei numeri ci sono piombata per una strada certa, sicura, o almeno è stata la parvenza di qualcosa di duraturo e stabile ma incompatibile con la mancanza di freddezza e il troppo sentimento che un economista non dovrebbe avere.

E concludo, con questa citazione:

PER FARE QUALCOSA DI NUOVO NON BISOGNA CHIEDERE NÈ SEGUIRE CONSIGLI, E NEPPURE IMITARE QUEL CHE È STATO FATTO. RIGUARDO AL PRIMO PUNTO NON SI DEVE ASCOLTARE NÈ LEGGERE; RIGUARDO AL SECONDO, OCCORRE ESSERE INFORMATI SU TUTTO QUELLO CHE È GIÀ STATO FATTO. PER FARE QUALCOSA DI NUOVO SI DEVE CONOSCERE LA TECNICA, MA BISOGNA ANCHE CONFIDARE NEL CASO, CHE PUÒ ESSERE LA MANIFESTAZIONE DI LEGGI O DI FORZE IGNOTE. LA TECNICA È SUBITO EVIDENTE, IL NUOVO È SPESSO INVISIBILE.”

Ma se niente accade per caso, anche questo libro fa parte di questa affermazione. Ci sono mestieri, che per quanto ci metti passione e dedizione non suscitano emozioni e sentimenti, anzi, hanno un bagaglio di responsabilità, con un alto margine di errore per gli innumerevoli adempimenti che spesso non vengono compresi e valorizzati, proprio come può essere la figura di un economista.

Buonanotte

Veronica

Rispondi